Cos’ è, i soggetti interessati, le procedure per la ristrutturazione dei debiti dei soggetti non fallibili

Persone fisiche, piccoli imprenditori, imprenditori agricoli, professionisti, lavoratori autonomi, associazioni, enti non commerciali. Sono questi i soggetti che possono accedere alla procedura di sovraindebitamento. È quanto emerge dalle Linee guida pubblicate lo scorso luglio 2015 dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, che hanno definitivamente chiarito alcuni importanti aspetti della disciplina del sovraindebitamento tra cui, oltre ai presupposti soggettivi dei destinatari della normativa, le questioni attinenti alle procedure e agli organismi deputati alla composizione della crisi.

In particolare, con il presente intervento verranno illustrati i seguenti temi:

  1. I riferimenti normativi della disciplina
  2. I soggetti che possono accedere alla procedura
  3. L’ organismo di composizione della crisi
  4. Le procedure
  5. L’esdebitazione
  6. I profili fiscali

 

I riferimenti normativi della disciplina

La legge n. 3 del 27 gennaio 2012 ha affrontato la tematica delle situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili a procedure concorsuali già vigenti. L’ obiettivo del legislatore è quello di garantire tutele ai soggetti che non sono assoggettabili alle procedure concorsuali, regolamentandone lo stato di crisi e favorendo la composizione di contrapposti interessi (del debitore e dei creditori). Ai sensi dell’ art. 6, comma 2, lett. a), legge n. 3/2012 per sovraindebitamento si intende «la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà ad adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità di adempierle regolarmente». Il concetto di «stato di sovraindebitamento» appare dunque diverso da quello di «stato di insolvenza», dal momento che il primo sottolinea una situazione di squilibrio finanziario attuale o prospettico tra attività correnti prontamente (dunque in un breve lasso di tempo) liquidabili e passività correnti da soddisfare (scadute o di imminente scadenza) (cd. squilibrio finanziario-patrimoniale o stato di illiquidità), che causa: una difficoltà di adempiere regolarmente alle obbligazioni assunte (cd. insolvenza temporanea o reversibile), oppure la definitiva incapacità ad adempierle regolarmente (cd. insolvenza irreversibile), laddove il secondo indica, secondo il parametro interpretativo discendente dall’ art. 5 l. f., come l’ incapacità di far fronte alle obbligazioni assunte sia già divenuta definitiva dall’ essersi manifestati gli inadempimenti o gli altri fatti esteriori. La prima parte della definizione descrive, dunque, uno stato di illiquidità, in cui il debitore non è in grado di far fronte ai debiti scaduti o di imminente scadenza, nonostante che il patrimonio possa avere un valore superiore all’ esposizione debitoria ma non sia liquidabile in tempi brevi, né appaia possibile fare ricorso al credito di terzi, concedendo garanzie sul patrimonio non liquido. Lo squilibrio non deve essere temporaneo ma «perdurante» e il raffronto dei debiti va fatto non con il patrimonio nella sua interezza ma con il «patrimonio prontamente liquidabile». Lo squilibrio finanziario di per sé non è sufficiente a qualificarsi come stato di sovraindebitamento, in quanto occorre che lo squilibrio determini o sia idoneo a determinare lo stato di insolvenza, reversibile o irreversibile. Dunque, tra squilibrio finanziario e insolvenza, anche temporanea, vi deve essere un rapporto di causa ad effetto, un nesso di causalità tra il primo e la seconda. Sui concetti di perdurante squilibrio, di patrimonio prontamente liquidabile e di rilevante difficoltà molto interverrà la giurisprudenza. Tuttavia la circostanza che il debitore all’ atto della presentazione della domanda assume di essere sovraindebitato, preclude di ritenere necessaria una stretta valutazione dello «squilibrio perdurante» e del patrimonio «prontamente liquidabile», con riferimento al caso di specie.

I soggetti che possono accedere alla procedura

Nell’ individuare i soggetti che possono accedere alle procedure di sovraindebitamento, oltre agli imprenditori agricoli e alle start up, l’ unico di essi che è positivamente individuato dalla legge è il «consumatore». Sussiste, poi, una vasta platea di soggetti, titolari di situazioni di sovraindebitamento non soggette né assoggettabili a procedure concorsuali, che possono fruire dei procedimenti previsti dalla legge. Il consumatore Il consumatore è colui che, in quanto persona fisica, ha contratto debiti esclusivamente per finalità diverse dall’ esercizio di un’ attività imprenditoriale o professionale. La norma consente di connotare la figura del «consumatore» in senso «positivo», perché potrà essere solo una persona fisica, e in «negativo» perché le obbligazioni assunte devono essere estranee e non riferibili ad attività di impresa o professionali. Secondo la relazione illustrativa al dl n. 179/2012 è esclusa l’ applicabilità del piano del consumatore qualora le passività esposte siano di natura composita, cioè, formate anche da debiti di natura diversa da quella personale. L’ imprenditore commerciale sotto-soglia Ai sensi dell’ art. 1, comma 2, l.f., sono esclusi dal fallimento e dal concordato preventivo gli imprenditori commerciali che dimostrino il possesso congiunto dei seguenti parametri: avere avuto in ciascuno dei tre esercizi antecedenti la data di deposito dell’ istanza di fallimento o dall’ inizio dell’ attività se di durata inferiore un attivo patrimoniale complessivo annuo non superiore a euro 300 mila e ricavi lordi complessivi annui non superiori a euro 200 mila; avere alla data di deposito dell’ istanza di fallimento o all’ udienza prefallimentare debiti di ammontare non superiore a euro 500 mila, compresi i debiti non scaduti e quelli non definitivamente accertati con efficacia di giudicato.

L’orientamento maggioritario della giurisprudenza afferma che, in virtù del principio della «prossimità della prova», spetti all’ imprenditore dimostrare il mancato superamento congiunto dei parametri dimensionali previsti dalla legge. L’imprenditore commerciale sopra-soglia ma con debiti inferiori a 30 mila euro Secondo l’ art. 15, comma 9, l.f., l’ imprenditore che superi i paramenti di cui all’ art. 1, comma 2, l.f., non può essere dichiarato fallito se l’ ammontare dei debiti scaduti e non pagati risultanti dagli atti dell’ istruttoria prefallimentare è inferiore a euro 30 mila. Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, nelle linee guida del luglio 2015, esprime il dubbio sulla possibilità che tale soggetto possa essere ammesso alla procedura di sovraindebitamento, risultando, comunque, assoggettabile al fallimento nel corso del procedimento, o anche dopo l’ omologazione dell’ accordo di composizione della crisi, qualora in un nuovo procedimento risultino debiti scaduti superiori ad euro 30 mila.

In favore dell’ ammissione alla procedura sembrerebbe operare però la previsione di cui all’ art. 12, comma 5, legge n. 3/2012, secondo cui la sentenza di fallimento pronunciata a carico del debitore risolve l’ accordo di composizione della crisi. L’ imprenditore cessato da oltre un anno Gli imprenditori commerciali individuali che hanno cessato l’ attività e hanno proceduto alla cancellazione dal registro delle imprese, non possono essere dichiarati falliti, ex art. 10 l.f., decorso un anno da tale cancellazione. L’ imprenditore individuale, che si è cancellato dal registro delle imprese da oltre un anno e che ha le dimensioni (parametri) di un soggetto fallibile, può ricorrere alle procedure di sovraindebitamento.

Tuttavia, non si può escludere che tali debitori vengano successivamente dichiarati falliti in quanto, ai sensi dell’ art. 10, comma 2, l.f., il creditore o il pm possono dimostrare che il momento di effettiva cessazione sia successivo a quello della formale cancellazione, facendo quindi ricadere nell’ anno l’ istanza di fallimento. In tal caso, sempre secondo l’ art. 12, comma 5, legge n. 3/2012, la dichiarazione di fallimento risolve l’ accordo con i creditori anche se omologato. Le società di persone o quelle di capitali, cancellate da oltre un anno dal registro delle imprese, poiché la cancellazione implica l’ estinzione del soggetto, non possono accedere alle procedure di sovraindebitamento, in quanto non è possibile che un soggetto estinto possa chiedere di accedere a una procedura concorsuale. L’ imprenditore agricolo L’imprenditore agricolo, in quanto soggetto non fallibile, può accedere alla procedura di sovraindebitamento ma può anche beneficiare, ai sensi della legge n. 111/2011, degli accordi di ristrutturazione ex art. 182 – bis l.f. e della transazione fiscale ex art. 182 – ter l.f..

Al riguardo, la progressiva dilatazione della nozione di imprenditore agricolo con la modifica dell’ art. 2135 c.c. (ad opera del dlgs n. 228/2001 e, si veda anche il dlgs n. 226/2001 relativo all’ imprenditore ittico), ha attenuato fortemente il confine tra le categorie dell’ imprenditore agricolo e dell’imprenditore commerciale, tanto che per l’orientamento maggioritario della giurisprudenza la distinzione tra i due poggia più su elementi di natura qualitativa che quantitativa.

L’erede dell’ imprenditore defunto – L’imprenditore defunto può essere dichiarato fallito fino a un anno dalla sua morte. Nel caso in cui l’ erede abbia accettato l’eredità con beneficio d’ inventario, continuando l’attività imprenditoriale del de cuius, non verificandosi la confusione tra i patrimoni del primo e del secondo, l’erede potrà proporre ai creditori dell’ eredità una procedura di sovraindebitamento dopo che sia trascorso un anno dalla morte del suo dante causa.

Viceversa, nel caso in cui l’ erede abbia accettato puramente e semplicemente l’ eredità e intenda continuare l’ attività del defunto, verificandosi la confusione dei patrimoni, sarà possibile per l’ erede accedere ad una procedura di sovraindebitamento solo se la sua impresa non sarà fallibile (perché sotto-soglia o agricola ecc.).

Il socio illimitatamente responsabile – Il socio illimitatamente responsabile che sia fuoriuscito dalla compagine societaria da oltre un anno per morte, recesso, esclusione o cessione della quota sociale o che abbia perduto da oltre un anno la responsabilità illimitata a causa di operazioni di trasformazione, di fusione o di scissione trasformative, non può essere dichiarato fallito ex art. 147, comma 2, l.f., se sono state osservate le formalità prescritte dalla legge in occasione dell’ operazione e se l’ insolvenza della società non sia riferibile, in tutto o in parte, a debiti esistenti alla data della cessazione della responsabilità illimitata. Tale soggetto, pertanto, sembrerebbe legittimato ad accedere ai procedimenti in questione dal momento che non può fallire in via autonoma (ma solo in estensione per effetto del fallimento della società) così come non può essere ammesso in proprio al concordato preventivo. Come è noto, il socio illimitatamente responsabile non può proporre ai suoi creditori, sociali e particolari, un concordato preventivo. Egli può fallire per estensione, in dipendenza del fallimento della società che esercita l’ impresa commerciale collettiva. Si dibatte, inoltre, se il socio illimitatamente responsabile sia o meno imprenditore commerciale. La tesi più accreditata configura il fallimento del socio in estensione ex art. 147 l. f. come una deroga alla regola generale secondo cui falliscono solo gli imprenditori commerciali cc.dd. diretti, individuali o collettivi.

Trattandosi di norma eccezionale, l’ art. 147 l. f. non si può applicare per analogia al di fuori dei casi per cui è prevista. Ne consegue che la fallibilità per estensione non integra la preclusione di accesso alla procedura di composizione recata dall’ art. 7, comma 2, lett. a) della legge n. 3/2012: tale previsione, infatti, riguarda soltanto le fattispecie di fallibilità cd. diretta o primaria e non quelle di fallibilità dipendente o secondaria o indiretta. In base a quanto sopra detto, secondo il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili il socio illimitatamente responsabile può accedere alle procedure di sovraindebitamento, anche se la società è un imprenditore commerciale cd. sopra-soglia e dunque fallibile. I professionisti, gli artisti e gli altri lavoratori autonomi Sono professionisti coloro i quali possono esercitare la propria attività professionale solo dopo aver superato l’ esame di stato previsto nell’ art. 33, comma 5, Cost. e subordinatamente all’ iscrizione in un albo tenuto da un ente pubblico e disciplinato da leggi speciali. Sono inoltre liberi professionisti solo coloro che decidono di subordinare la propria attività professionale, intesa come complesso di atti e regole, alla vigilanza di un ente pubblico preposto per legge alla tutela del decoro e della dignità della professione

Tutti gli altri possono, a ragione, ritenersi prestatori d’ opera intellettuale e dunque lavoratori autonomi. Tali soggetti, ontologicamente sottratti all’ area della fallibilità, potranno accedere alle procedure di sovraindebitamento.

Le società tra professionisti – La legge n. 183/2011, che consente la costituzione di società per l’ esercizio di attività professionali regolamentate facendo ricorso a tutti i tipi societari descritti nel codice (utilizzando sia i tipi societari su base personalistica che quelli di capitali, sia ricorrendo al tipo societario delle cooperative), nulla dispone circa l’ assoggettamento alle procedure concorsuali. Considerato che le società tra professionisti esercitano solo ed esclusivamente un’ attività strettamente professionale, si dovrebbe concludere per la non assoggettabilità alle procedure concorsuali e, per converso, andrebbe positivamente valutata la possibilità che le società tra professionisti accedano agli istituti declinati nella legge n. 3/2012. Tale importante assunto troverebbe conferma nelle previsioni della legge n. 247/2012 (recante la «Nuova disciplina dell’ ordinamento della professione forense») secondo cui «l’ esercizio della professione forense in forma societaria non costituisce attività di impresa e che, conseguentemente, la società tra avvocati non è soggetto al fallimento e alla procedure concorsuali diverse da quelle di composizione della crisi da sovraindebitamento».

Le associazioni professionali – L’orientamento prevalente di dottrina e di giurisprudenza riconosce alle associazioni professionali una parziale soggettività giuridica. Conseguentemente, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili ritiene che queste ultime possano accedere alla procedure di sovraindebitamento, ancorché si renda necessaria la sottoscrizione congiunta di tutti gli associati professionisti: secondo la giurisprudenza, anche se non in modo univoco, gli associati che abbiano agito in nome e per conto dell’ associazione sono responsabili in solido.

 Gli enti privati non commerciali

Con la definizione di enti privati non commerciali si intendono quegli enti, forniti o meno di personalità giuridica, che esercitano attività senza scopo di lucro e che hanno una rilevanza sociale potendosi occupare, a titolo esemplificativo, di assistenza sociale, cooperazione e solidarietà anche internazionale, promozione del volontariato, tutela dei diritti. Tali enti, quando svolgono parzialmente attività commerciale, sono da ritenersi assoggettabili alle procedure concorsuali – e per espressa previsione di legge alla liquidazione coatta amministrativa in particolare – a condizione che ricorrano le condizioni di cui di cui all’ art. 2, comma 2, l.f.. Rientrano nella categoria in questione, a titolo esemplificativo e non esaustivo i seguenti enti: associazioni riconosciute ex art. 14 e ss. c.c.; fondazioni riconosciute ex art. 14 e ss. c.c.; associazioni non riconosciute ex art. 36 e ss.c.c.; comitati ex art. 39 e ss.c.c.; organizzazioni di volontariato ex legge n. 226/1991; associazioni di promozione sociale ex legge n. 383/2000; organizzazioni non governative ex art. 28 legge n. 287/1991 e ex legge n. 383/2000; associazioni sportive dilettantistiche ex legge n. 398/1991; enti lirici ex dlgs. 367/1996; Onlus ex dlgs n. 460/1997; centri di formazione professionali ex legge n. 845/1978; istituti di patronato ex legge n. 152/2001 e dpr n. 1017/1986; imprese sociali di cui al dlgs n. 155 del 24 marzo 2006. Pertanto, quando gli enti non-profit non sono assoggettabili alle procedure concorsuali previste dalla legge fallimentare, essi possono accedere alle procedure di sovraindebitamento.

 Gli enti pubblici

Per espressa disposizione di legge, gli enti pubblici sono esclusi dal fallimento. Per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili non sembrerebbe applicabile la procedura di sovraindebitamento, essendo questi enti semmai soggetti a procedure concorsuali alternative previste dalla legge in considerazione delle loro specificità.

 

L’ organismo di composizione della crisi

La normativa relativa alla materia del sovraindebitamento ha individuato come protagonista delle procedure, gli «Organismi di composizione delle crisi» (Occ), che deve essere caratterizzato da condizioni di indipendenza e professionalità, non potendo certamente l’ organismo fare preferenze tra classi di creditori, sia nella redazione del piano che nella certificazione della sua fattibilità, fungendo nella successiva fase esecutiva anche da compositore di conflitti. L’ Occ assume ogni iniziativa funzionale alla predisposizione del piano di ristrutturazione e all’ esecuzione dello stesso. Tale organismo, di natura pubblicistica, svolge diversi compiti e funzioni dall’ inizio alla conclusione della procedura, trovandosi a compiere contemporaneamente attività di consulente legale e finanziario del debitore, ausiliario del giudice e di garanzia nei confronti dei terzi in generale e dei creditori in particolare.

L’ Organismo è chiamato a ottemperare a diverse funzioni. Esso infatti: è di ausilio al debitore nella elaborazione del piano sottostante alla proposta e nell’ esecuzione della stessa; è liquidatore giudiziale nell’ accordo o nei piani del consumatore omologati; è di ausilio al giudice nella redazione della relazione particolareggiata, nella verifica della veridicità dei dati contenuti nella proposta e negli allegati, nel rilascio dell’ attestazione di fattibilità del piano; cura le comunicazioni con i creditori; svolge le formalità pubblicitarie; predispone e invia la relazione ai creditori sui consensi espressi e, successivamente, al Giudice, con le contestazioni ricevute; è liquidatore nella procedura di liquidazione del patrimonio o gestore della liquidazione.

Gli Occ inoltre, previa autorizzazione del Giudice, possono accedere ai dati contenuti nell’ anagrafe tributaria, nei sistemi di informazioni creditizie, nelle centrali rischi e nelle altre banche dati pubbliche (es. Pra, Carichi pendenti, Equitalia, Enti locali ecc.). Le funzioni attribuiti agli Occ possono essere svolti (in via definitiva dopo le modifiche introdotte dal dl n. 179/2012) anche da un professionista (o società tra professionisti) in possesso dei requisiti di cui all’ articolo 28 l.f., e successive modificazioni, ovvero da un notaio. In tal caso il professionista è nominato dal presidente del tribunale o dal giudice da lui delegato, su istanza del debitore.

La costituzione degli Occ all’ interno degli ordini territoriali potrebbe, pertanto, far cadere in desuetudine la nomina del professionista da parte del tribunale. Ogni organismo ha l’ obbligo di istituire un elenco dei Gestori della crisi, da comunicare al Ministero competente e un registro informatico degli affari con le annotazioni relative al numero d’ ordine progressivo della procedura, ai dati identificativi del debitore, al gestore della crisi designato, all’ esito del procedimento.

 I requisiti

Il decreto n. 202/2014 disciplina i requisiti e le modalità di iscrizione nel registro, tenuto presso il Ministero, suddiviso in due sezioni: sezione A e sezione B. Nella Sezione A sono iscritti di diritto, su semplice domanda, gli organismi di composizione costituiti presso le Cciaa, il segretariato sociale costituito ai sensi dell’ art. 22, comma 4, lett. a), della legge 328/2000, gli ordini professionali degli avvocati, dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e dei notai. Nella sezione B sono iscritti a domanda, gli organismi costituiti dai comuni, dalle provincie, dalle città metropolitane, dalle regioni e dalle istituzioni universitarie pubbliche. Il responsabile del registro verifica che esistano i seguenti requisiti: la presenza di un referente dell’ organismo al quale sia garantito un adeguato grado di indipendenza; il rilascio di polizza assicurativa con massimale non inferiore a un milione di euro per le conseguenze patrimoniali comunque derivanti dallo svolgimento del servizio di gestione della crisi; la conformità del regolamento dell’ organismo alle disposizioni del decreto n. 202/2014.

Per poter praticamente operare l’ organismo ha necessità di professionisti che siano in grado di gestire al meglio le procedure da sovraindebitamento ed in tal senso il decreto n. 202/2014 individua all’ art. 4, comma 5, i requisiti professionali dei gestori della crisi iscritti negli elenchi di cui alle sezioni A e B. Tali requisiti consistono: nel possesso di laurea magistrale, o di titolo di studio equipollente, in materie economiche o giuridiche; nel possesso di una specifica formazione acquisita tramite la partecipazione a corsi di perfezionamento istituiti a norma dell’ art.16 del d.p.r. 10 marzo 1982, n. 162, di durata non inferiore a duecento ore nell’ ambito disciplinare della crisi dell’ impresa e di sovraindebitamento, anche del consumatore; nello svolgimento presso uno o più organismi, curatori fallimentari, commissari giudiziali, professionisti indipendenti ai sensi del r.d. 267/42, professionisti delegati per le operazioni di vendita nelle procedure esecutive immobiliari ovvero nominati per svolgere i compiti e le funzioni dell’ organismo o del liquidatore a norma dell’ art. 15 della legge, di un periodo di tirocinio, di durata non inferiore a mesi sei (per commercialisti, notai ed avvocati non si applicano tali disposizioni); nell’ acquisizione di uno specifico aggiornamento biennale, di durata complessiva non inferiore a quaranta ore, nell’ ambito disciplinare della crisi dell’ impresa e di sovraindebitamento, anche del consumatore, acquisito presso uno degli ordini professionali o presso un’ università pubblica o privata. Il referente (compiti e funzioni)

All’ interno di ogni Occ dovrà essere individuato un referente che il decreto n. 202/2014 identifica come «la persona fisica che, agendo in modo indipendente, indirizza e coordina l’ attività dell’ organismo e conferisce gli incarichi ai gestori della crisi». La durata in carica del referente non è stabilita dalla legge ma dovrà essere disciplinata dai vari regolamenti che i singoli Occ vorranno adottare. Al referente spetterà il compito di distribuire equamente gli incarichi tra i gestori della crisi tenuto conto in ogni caso della natura e dell’ importanza dell’ affare da comporre, istituendo un elenco dei «gestori della crisi» e un registro informatico degli affari/procedure trattate, contenente le annotazioni relative al numero progressivo della procedura, ai dati identificativi del debitori, al gestore designato e all’ esito del procedimento. Le funzioni del referente, pertanto, possono sintetizzarsi: nella nomina e nella sostituzione del gestore della crisi; nello svolgimento degli altri compiti attribuitigli dai singoli regolamenti degli Occ.

 

Il gestore della crisi (compiti e funzioni)

Il decreto n. 202/2014 definisce come Gestore della crisi «la persona fisica che, individualmente o collegialmente, svolge la prestazione inerente alla gestione dei procedimenti di composizione della crisi da sovraindebitamento e di liquidazione del patrimonio del debitore». Il gestore della crisi sarà pertanto il professionista iscritto nell’ apposito elenco e designato, dal referente. Al momento della designazione il gestore della crisi sarà tenuto a comunicare la propria accettazione dell’ incarico all’ organismo che lo ha designato. Nell’ accettazione sarà contenuta anche la dichiarazione di indipendenza necessaria per poter gestire la procedura, che dovrà essere comunicata al tribunale competente, contestualmente al deposito della proposta di accordo o di piano del consumatore ovvero della domanda di liquidazione. Il gestore della crisi ha la funzione di aiutare il debitore nell’ elaborazione del piano sottostante alla proposta e di coadiuvarlo nell’ esecuzione della stessa. Egli, inoltre, può essere chiamato a svolgere la funzione di liquidatore nella procedura di liquidazione del patrimonio o di gestore della liquidazione. Tutti i suoi compiti devono essere svolti quale ausiliario del giudice delegato alla procedura, ad esempio in occasione della redazione della relazione particolareggiata (trattandosi del piano del consumatore o della liquidazione del patrimonio), della verifica della veridicità dei dati contenuti nella proposta e negli allegati, e del rilascio dell’ attestazione di fattibilità del piano. Nel momento in cui viene depositata la proposta di accordo, il gestore della crisi deve redigere una attestazione sulla fattibilità del piano sottostante alla proposta che va allegata alla proposta. Qualora la proposta preveda che i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca non vengano soddisfatti integralmente, il gestore è tenuto a redigere una relazione nella quale sia previsto il pagamento in misura non inferiore a quello realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali insiste la causa di prelazione. Tale relazione può essere prodotta autonomamente ovvero può rappresentare una parte della attestazione di fattibilità del piano da allegare alla proposta. La relazione, in ogni caso, non deve essere giurata dinanzi al cancelliere del Tribunale.

Se il proponente è un consumatore richiedente l’ omologa di un piano, l’ Occ e dunque per suo conto il gestore, è tenuto anche depositare una relazione particolareggiata contenente: l’ indicazione delle cause dell’ indebitamento e della diligenza impiegata dal consumatore nell’ assumere volontariamente le obbligazioni; l’ esposizione delle ragioni dell’ incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte; il resoconto sulla solvibilità del consumatore negli ultimi cinque anni; l’ indicazione della eventuale esistenza di atti del debitore impugnati dai creditori; il giudizio sulla completezza e sull’ attendibilità della documentazione depositata dal consumatore a corredo della proposta, nonché sulla probabile convenienza del piano rispetto all’ alternativa liquidatoria. Dal momento del deposito della proposta è cura del Gestore della crisi provvedere entro tre giorni a presentare la stessa all’ agente della riscossione e agli uffici fiscali, anche presso gli enti locali, competenti sulla base dell’ ultimo domicilio fiscale del proponente.

La proposta dovrà contenere la ricostruzione della sua posizione fiscale e l’ indicazione di eventuali contenziosi pendenti. Una volta ammessa la proposta il giudice delegato, nello stesso decreto, fisserà i compiti del gestore della crisi nell’ ambito delle indicazioni di cui all’ art. 10 legge n. 3/2012. Il Gestore sarà tenuto a comunicare a tutti i creditori presso la residenza o la sede legale, anche per telegramma o per lettera raccomandata con avviso di ricevimento o per telefax o per posta elettronica certificata la proposta e il decreto di ammissione. Il termine per la comunicazione è fissato in almeno 30 giorni prima del termine di cui all’ art. 11, comma 1, (termine fissato per far pervenire all’ Occ i consensi e pari a 10 giorni prima dell’ udienza fissata) e dunque complessivamente in quaranta giorni prima dell’ udienza fissata. Il gestore dovrà provvedere a redigere il testo per l’ idonea forma di pubblicità disposta dal giudice delegato, verificando che questa venga eseguita nei termini. L’ Occ, e per esso verosimilmente il gestore, è tenuto a redigere una breve relazione da depositarsi prima dell’ udienza dei creditori sull’ esito delle votazioni, allegando alla stessa i consensi e i dissensi ricevuti.

Nella relazione il Gestore dà atto dei creditori ammessi al voto, dei votanti, dei non votanti e dei voti contrari pervenuti, indicando, in particolare, se è stato raggiunto il quorum qualificato del 60% previsto dall’ art. 11, comma 2, della legge n. 3/2012. Se l’ accordo è raggiunto, l’ Occ trasmette a tutti i creditori la relazione allegando il testo dell’ accordo stesso. Nei 10 giorni successivi al ricevimento della relazione, i creditori potranno sollevare le eventuali contestazioni. Decorso tale ultimo termine, l’ Occ, per tramite del gestore, trasmette al giudice una relazione, allegando le contestazioni ricevute, nonché un’ attestazione definitiva sulla fattibilità del piano. In quest’ ultima attestazione il gestore esprime il proprio parere in merito alla capacità del debitore di far fronte all’ accordo e al pagamento dei creditori titolari di crediti impignorabili. È questa la fase dove emerge la differenza più evidente tra l’ accordo di composizione della crisi ed il piano del consumatore, in quanto per quest’ ultimo non è necessario il consenso dei creditori per l’ omologazione da parte del Tribunale.

Il giudice omologa l’ accordo e l’ Occ è tenuto alla pubblicazione del decreto analogamente a quanto stabilito per l’ ammissione. Quest’ ultimo, inoltre, deve provvedere alla trascrizione del decreto di omologa presso i registri immobiliari in caso di immobili e presso gli uffici competenti in caso di beni mobili registrati. Il Gestore è tenuto ad effettuare la pubblicità presso il registro imprese. In sede esecuzione dell’ accordo o del piano del consumatore il gestore della crisi dovrà risolvere eventuali difficoltà che insorgono e vigilare sull’ esatto adempimento dello stesso, comunicando ai creditori ogni eventuale irregolarità dell’ adempimento. Quando l’ esecuzione dell’ accordo o del piano del consumatore diviene impossibile per ragioni non imputabili al debitore, il gestore della crisi dovrà coadiuvare il debitore o il consumatore nella modifica della proposta.

Le procedure

L’ accordo – Il debitore formula ai creditori (di regola) chirografari una proposta di accordo che può prevedere: la dilazione del pagamento dei debiti (c.d. accordo dilatorio o moratoria); la remissione (o esdebitazione) parziale dei debiti (c.d. accordo remissorio o esdebitativo); la dilazione del debito ridotto per effetto della remissione parziale (moratoria con esdebitazione parziale). Sembrerebbe, pertanto, che come è consentito nel concordato preventivo, anche nell’ ipotesi da noi considerata si possa proporre l’ intervento di un assuntore, la cessione dei beni ai creditori oppure l’ impegno del debitore, conservando il possesso dei beni, a pagare una determinata percentuale ai creditori chirografari, assicurando l’ adempimento con la costituzione di garanzie (fideiussioni, pegni, ipoteche) da parte di terzi. I terzi, in generale, possono sottoscrivere la proposta di accordo, per mettere a disposizione dei creditori sia redditi che beni di cui siano titolari, al fine di assicurare l’ attuabilità della proposta e la fattibilità del piano. I creditori prelatizi non sono destinatari della proposta di accordo, a meno che non rinuncino alla prelazione, per cui vanno pagati in misura integrale. È prevista una deroga nel caso di un accordo in continuità dell’ impresa, nel qual caso la proposta può prevedere la moratoria fino ad un anno dall’ omologazione. Se il piano di continuità prevede la liquidazione dei beni su cui sussiste la causa di prelazione (beni non strategici), la moratoria non opera per quei creditori la cui garanzia si esercita su beni destinati a essere liquidati.

Ciò non significa che in concreto i creditori prelatizi debbono essere pagati subito dopo l’ omologazione, in quanto, in analogia al concordato preventivo, occorre che il ritardo nel pagamento contenuto nella proposta non sia superiore ai tempi prevedibili di pagamento in caso di liquidazione del patrimonio. Nel caso di accordo liquidatorio, la dilazione dei creditori prelatizi, eccedente i tempi della liquidazione del patrimonio o dell’ esecuzione individuale, deve essere approvata dai medesimi, in quanto trattasi di trattamento del credito diverso dal pagamento ottenibile dalle alternative liquidatorie concretamente praticabili. Analogamente avviene, nel caso di moratoria oltre l’ anno dall’ omologazione, proposta ai creditori prelatizi in un accordo in continuità: occorre che i creditori prelatizi esprimano il loro consenso o dissenso rispetto alla proposta.

La proposta può prevedere la suddivisione dei creditori in classi, la cui formazione non è soggetta ai vincoli posti nelle procedure di concordato preventivo e fallimentare dalla omogeneità dei relativi interessi economici e posizione giuridica. Infatti, nelle procedure di composizione della crisi non è previsto che il Giudice verifichi la legittimità dei criteri di formazione delle classi, come invece è previsto nel concordato preventivo, oltre al fatto che non è prevista l’ approvazione da parte della maggioranza delle classi. Per cui non pare precluso che i creditori siano liberamente suddivisibili in classi, anche disomogenee tra loro. Nella proposta di accordo sono indicate eventuali limitazioni all’ accesso al mercato del credito al consumo, all’ utilizzo degli strumenti di pagamento elettronico e alla sottoscrizione di strumenti creditizi e finanziari. Vi sono, tuttavia, alcuni limiti alla libertà di contenuto della proposta che si riassumono nella tabella.

  • I titolari di crediti non pignorabili: ai creditori titolari di crediti impignorabili non può essere proposta né la moratoria, né la parziale esdebitazione, in quanto essi vanno pagati alle scadenze pattuite e nella misura integrale
  • I creditori titolari di tributi: ai creditori titolari di tributi costituenti risorse proprie dell’ Ue, allo stato per l’ Iva e le ritenute alla fonte non può essere proposta la remissione parziale del debito, ma solo la dilazione
  • Il vincolo della graduazione dei crediti: deve essere rispettato l’ ordine delle cause legittime di prelazione, vale a dire il vincolo della graduazione dei crediti, per cui i creditori di grado inferiore possono essere pagati solo se quelli di grado superiore sono stati integralmente pagati.

Da ciò consegue che: i creditori chirografari possono essere pagati solo se i prelatizi sono stati integralmente soddisfatti, tenendo conto delle masse mobiliari e immobiliari e della collocazione sussidiaria, tranne il caso della degradazione a chirografo dei prelatizi incapienti sulla base di apposita attestazione da parte dell’ Occ. in caso di risorse esterne (cd. surplus o nuova finanza), cioè quando le somme destinate al pagamento dei creditori non provengono dal patrimonio del debitore, bensì da quello di un soggetto terzo, non vi è alcun vincolo circa la destinazione ai creditori del debitore delle risorse esterne: in tali ipotesi, il vincolo di graduazione viene rispettato in relazione alla destinazione ai creditori delle risorse provenienti dal patrimonio del debitore (risorse interne), mentre non vi è alcun vincolo circa la destinazione ai creditori del debitore delle risorse esterne

Il piano di liquidazione o di continuità

– Insieme alla proposta, il debitore predispone comunque un piano, tramite cui si estrinsecano i contenuti della proposta. In altri termini emerge dal piano: la liquidazione dei beni e dunque la cessazione dell’ attività (c.d. accordo liquidatorio); la continuazione dell’ attività d’ impresa o di lavoro autonomo professionale (c.d. accordo in continuità). In caso di accordo liquidatorio, il piano può prevedere la cessione dei beni ad un liquidatore giudiziale, la datio in solutum, l’ incasso dei crediti o il mandato a terzi a incassare i crediti. In caso di accordo in continuità, il piano può prevedere la liquidazione degli asset non strategici per la continuazione dell’ attività, la destinazione degli utili futuri derivanti dalla continuazione dell’ attività al pagamento dei debiti pregressi, ridotti, in caso di proposta remissoria, o integrali, in caso di moratoria.

Sia nel caso di accordo liquidatorio, che nel caso di accordo in continuità, può essere prevista anche l’ offerta di «risorse esterne», come la prestazione di garanzie per assicurare il pagamento di determinate percentuali ai creditori, rafforzando la proposta (garanzia per il passivo), o per evitare che la liquidazione dell’ attivo del debitore scenda sotto determinate soglie (garanzia per l’ attivo). Il piano può anche prevedere l’ affidamento del patrimonio del debitore a un liquidatore, in possesso dei requisiti di cui all’ art. 28 l. f., è nominato dal giudice ai sensi dell’ art. 13 della legge n. 3/2012. Si tratta, in altri termini, della facoltà, già ammessa anche nelle proposte di concordato, del debitore di proporre ai creditori nel piano la nomina di un liquidatore di sua fiducia in possesso dei requisiti di cui all’ art. 28 della l. f. Infine, il piano deve prevedere il termine entro il quale prevedibilmente la proposta dovrà essere adempiuta, con la conseguenza quindi che deve essere indicata la ragionevole durata della procedura fino all’ adempimento. Al riguardo, mentre nella procedura di liquidazione del patrimonio è prevista dalla legge una durata minima di quattro anni, nelle procedure di composizione della crisi non è prevista dalla legge una durata minima e neppure una massima.

 Convenienza dell’ accordo rispetto alla liquidazione del patrimonio

La proposta di accordo è approvata con il consenso dei creditori rappresentanti almeno il 60% dei crediti. Vale la regola del silenzio assenso. La valutazione della convenienza dell’ accordo spetta ai creditori, i quali sono chiamati ad esprimere il loro consenso o dissenso rispetto alla proposta del debitore. Non tutti i creditori hanno diritto di esprimersi sulla proposta. I creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca dei quali la proposta prevede l’ integrale pagamento non sono computati ai fini del raggiungimento della maggioranza e non hanno diritto di esprimersi sulla proposta. Gli stessi possono rinunciare in tutto o in parte al diritto di prelazione, ed in questo caso hanno diritto di esprimersi.

Sono, in ogni caso, esclusi dal diritto di esprimersi sulla proposta: il coniuge del debitore; i suoi parenti e affini fino al quarto grado; i cessionari o aggiudicatari dei loro crediti da meno di un anno prima della proposta. La modifica della proposta e dell’ accordo La proposta di accordo può essere modificata fino alla data in cui i creditori possono far pervenire il loro consenso o dissenso alla stessa. Se l’ esecuzione dell’ accordo non è possibile per cause non imputabili al debitore, l’ accordo può essere modificato. In tal caso, non opera la preclusione di cui all’ art. 7, comma 2, lett. b), legge n. 3/2012. È da sottolineare che se l’ esecuzione dell’ accordo diviene impossibile per cause imputabili al debitore, l’ accordo può essere risolto per inadempimento o annullato, con conseguente conversione in liquidazione su istanza di un creditore o del debitore stesso.

 Gli effetti

Quanto agli effetti occorre differenziare tra quelli che discendono dal deposito della domanda ed effetti che conseguono al decreto di apertura ovvero all’ omologazione. In considerazione di ciò, v’ è da dire che il deposito della proposta di accordo sospende il corso degli interessi convenzionali o legali, salvo quelli sui crediti prelatizi che decorrono secondo quanto previsto dagli artt. 2749, 2788 e 2855 del c.c..

Il decreto di apertura della procedura, invece, produce gli effetti del pignoramento. Il decreto di apertura della procedura determina il blocco delle azioni esecutive individuali (ma non quelle concorsuali) e dei sequestri conservativi, impedisce l’ iscrizione di ipoteche giudiziali e volontarie ed in genere l’ acquisizione da parte di creditori di diritti di prelazione sul patrimonio del debitore. La sospensione non opera per i titolari di crediti impignorabili. Dalla data del decreto di apertura della procedura, gli atti di amministrazione straordinaria sono inefficaci rispetto ai creditori anteriori al momento in cui sono effettuate le pubblicità del decreto di apertura, se non autorizzati dal giudice (spossessamento attenuato). A seguito dell’ omologazione, l’ accordo non ha effetto sui coobbligati del debitore, i suoi fideiussori e sugli obbligati in via di regresso. L’ accordo non ha effetto novativo, se non espressamente disposto. L’ accordo è obbligatorio per tutti i creditori che siano anteriori rispetto al momento in cui è effettuata le pubblicità del decreto di apertura. Dunque, vincola anche i dissenzienti.

A differenza che per il concordato preventivo, i creditori con titolo o causa posteriore non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto del piano relativo all’ accordo omologato. Sono inefficaci rispetto ai creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità del decreto di apertura della procedura, i pagamenti e gli atti dispositivi dei beni posti in essere in violazione dell’ accordo omologato. I crediti sorti prima e in funzione della procedura concorsuale di accordo di composizione della crisi, nonché quelli sorti durante e in occasione della stessa procedura, sono soddisfatti con preferenza rispetto agli altri, salvo che nei confronti dei creditori ipotecari o pignoratizi che continuano ad avere la preferenza nel realizzo dei beni posti a loro garanzia rispetto a suddetti crediti.

L’ accordo di composizione della crisi – Il debitore deve essere assistito da un Occ e più precisamente da un gestore della crisi che, eventualmente insieme al consulente del debitore, predispone la domanda, la proposta, il piano e la relazione attestativa sulla fattibilità del piano. La proposta di accordo va depositata al tribunale nel cui circondario è posta la residenza o la sede del debitore. La domanda concerne l’ ammissione alla procedura e la successiva omologazione dell’ accordo, in presenza dei requisiti stabiliti dalla legge. È da sottolineare che non è previsto il deposito per le spese della procedura come nel caso del concordato preventivo.

 I documenti da allegare alla proposta

  • Elenco di tutti i creditori, con l’ indicazione delle somme dovute
  • Elenco di tutti i beni
  • Elenco degli atti di disposizione compiuti negli ultimi cinque anni
  • La prima attestazione di fattibilità del piano da parte dell’ Occ
  • Le scritture contabili degli ultimi tre anni, se il debitore svolge attività d’ impresa, con la dichiarazione di conformità all’ originale
  • Dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni

 

In caso di insufficienza della documentazione prodotta o nel caso che siano necessarie integrazioni alla proposta, il giudice può concedere un termine non superiore a 15 giorni Dal momento del deposito all’ udienza non possono passare più di 60 giorni. Il giudice, valutata l’ ammissibilità della proposta, dichiara aperta la procedura (la prassi giudiziaria ha rilevato la fissazione di un’ udienza prima di quella di omologazione nella quale il giudice prende atto delle maggioranze) e fissa l’ udienza di omologazione, disponendo le comunicazioni ai creditori e le pubblicità previste dalla legge e dal decreto stesso. Dal decreto decorrono gli effetti protettivi tipici dell’«automatic stay».

I creditori esprimono il consenso, anche con silenzio assenso, o il dissenso alla proposta di accordo del debitore almeno dieci giorni prima dell’ udienza. Se l’ accordo è raggiunto, l’ Occ redige una relazione sui consensi espressi e la invia ai creditori, allegando il testo dell’ accordo. Nei dieci giorni successivi, i creditori possono contestare l’ accordo. Trascorso tale ultimo termine, l’ Occ trasmette al giudice la relazione, le contestazioni ricevute, il testo dell’ accordo e l’ attestazione definitiva di fattibilità del piano, anche in relazione al pagamento dei crediti impignorabili, a quelli relativi a risorse proprie dell’ Ue, all’ Iva e alle ritenute alla fonte. Risolte le contestazioni, il giudice omologa l’ accordo, dispone le pubblicità, anche quando la convenienza dell’ accordo è contestata da un creditore dissenziente o da uno escluso o da un altro interessato, purché egli ritenga che la soddisfazione del creditore in parola avvenga dalla esecuzione dell’ accordo in misura non inferiore a quella che si avrebbe nella liquidazione del patrimonio (cram down). L’ omologazione deve avvenire nei sei mesi dalla presentazione della domanda.

Se dopo l’ omologazione viene dichiarato il fallimento, l’ accordo si risolve e gli atti, i pagamenti e le garanzie posti in essere in esecuzione dell’ accordo omologato non sono soggetti all’ azione revocatoria fallimentare, mentre i crediti derivanti dai finanziamenti effettuati in esecuzione o in funzione dell’ accordo omologato sono prededucibili nel fallimento.

La risoluzione dell’ accordo

La risoluzione dell’ accordo può essere richiesta da qualsiasi creditore, qualora: il proponente non adempia agli obblighi derivanti dall’ accordo; le garanzie promesse non vengano costituite; l’ esecuzione dell’ accordo divenga impossibile per ragioni non imputabili al debitore. Inoltre, qualora il debitore abbia nel frattempo acquisito le condizioni per essere assoggettato al fallimento, la sentenza pronunciata a suo carico risolve l’ accordo.

Il ricorso per la risoluzione deve essere presentato entro 6 mesi dalla scoperta o entro il termine perentorio di 1 anno dalla data dell’ ultimo adempimento previsto dall’ accordo. La revoca o la cessazione degli effetti dell’ accordo omologato Oltre a una revoca di diritto (art. 11, c. 5, legge n. 3/2012), il legislatore prevede anche ipotesi in cui l’ accordo cessa di produrre effetti su istanza di qualsiasi creditore, sentito in contraddittorio con il debitore. Si tratta delle ipotesi declinate nell’ art. 14 bis della legge n. 3/2012 relative alle situazioni in cui: sia stato dolosamente o con colpa grave, aumentato o diminuito il passivo; sia stata sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’ attivo; siano state simulate dolosamente attività inesistenti. Il termine per proporre ricorso è di sei mesi dalla scoperta della causa e, in ogni caso, entro un anno dalla scadenza fissata per l’ ultimo adempimento previsto.

La conversione della composizione della crisi in liquidazione del patrimonio – La conversione della procedure di composizione in liquidazione ha luogo, su istanza del debitore o di un creditore: in caso di annullamento dell’ accordo omologato o di cessazione degli effetti dell’ omologazione del piano del consumatore; in caso di risoluzione per inadempimento dell’ accordo quando ciò dipenda da cause imputabili al debitore. Altre fattispecie di conversione sono quelle in cui si realizzi: la cessazione di diritto degli effetti dell’ accordo omologato (o del piano omologato), che ricorre quando il debitore non esegue integralmente, entro 90 giorni dalle scadenze previste, i pagamenti dovuti alle amministrazioni pubbliche e agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie; la revoca dell’ accordo omologato (o del piano omologato) qualora risulti che il debitore durante la procedura ha compiuto atti diretti a frodare le ragioni dei creditori. In tali ultime ipotesi, stante il tenore letterale della seconda parte dell’ art. 14 quater, la conversione si ha anche d’ ufficio da parte del giudice, anziché solo su iniziativa del debitore o dei creditori. Il piano del consumatore Il consumatore è un debitore persona fisica che ha assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’ attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta. Pertanto se il debitore ha assunto debiti di natura mista e quindi per attività d’ impresa o professionale e per debiti diversi da quelli di natura personale, l’ unica procedura a cui sarà ammesso è l’ accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento mentre gli sarà precluso il piano del consumatore.

Le procedure di accesso del consumatore e di altri soggetti – Il consumatore può accedere alle procedure a fianco indicate

Alternativamente: – al piano del consumatore (art. 6 legge 3/12); – all’ accordo da sovraindebitamento (art. 7, c. 1bis, legge 3/12); – alla liquidazione del patrimonio con possibile «esdebitazione» (art 14 ter, legge 3/12)Tutti gli altri soggetti diversi dal consumatore possono accedere alle procedure a fianco indicate

Alternativamente: – all’ accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento; – alla liquidazione del patrimonio Il contenuto Il piano del consumatore presenta alcune significative differenze rispetto all’ accordo di composizione; la differenza più rilevante è che la proposta del consumatore non è sottoposta all’ approvazione dei creditori.

Alla volontà di questi ultimi è sostituita la valutazione discrezionale del giudice che scrutina la fattibilità, l’ assenza degli atti in frode ai creditori e la meritevolezza del consumatore nonché la convenienza della proposta in ipotesi di contestazioni al riguardo. La valutazione del giudice è supportata da una relazione particolareggiata dell’ Occ, o del gestore per quanto sopra detto, redatta ai sensi dell’ art. 9, comma 3 – bis, legge n. 3/2012, che deve contenere: l’ indicazione delle cause dell’ indebitamento e della diligenza impiegata dal consumatore nell’ assumere volontariamente le obbligazioni; l’ esposizione delle ragioni dell’ incapacità del debitore di adempiere le obbligazioni assunte; il resoconto sulla solvibilità del consumatore negli ultimi cinque anni; l’ indicazione della eventuale esistenza di atti del debitore impugnati dai creditori; giudizio sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata dal consumatore a corredo della proposta, nonché sulla probabile convenienza del piano rispetto all’ alternativa liquidatoria.

L’ Occ verifica, come nell’ accordo, la veridicità dei dati contenuti nella proposta e nei documenti allegati, nonché attesta la fattibilità del piano nonché la probabile convenienza rispetto all’ alternativa liquidatoria. È opportuno, pertanto, che già il piano contenga tutti i dati utili per consentire la valutazione da parte del Giudice sulla «meritevolezza e l’ assenza di colpa del debitore consumatore». Determinanti saranno, in questo caso, tutte le informazioni raccolte e relative alle scelte fatte dal consumatore (ad es. l’ oggetto dei suoi acquisti, l’ entità dei propri guadagni al momento di effettuazione degli acquisti, se il debitore poteva «permettersi» tale spesa o l’ ha effettuata in modo del tutto irresponsabile ecc.).

 

È evidente come questo punto rappresenti lo snodo cruciale dell’ intera procedura poiché la possibilità di ottenere o meno l’ omologa ai sensi dell’ art. 12 – bis, legge n. 3/2012, dipenderà, in prevalente misura, da come saranno interpretati dall’ organo giudiziario i dati forniti. La procedura Per quanto riguarda il procedimento di omologazione del piano, il giudice provvede immediatamente a verificare l’ assenza di atti in frode ai creditori. Per atti in frode ai creditori devono intendersi, tutti ma non solo, i comportamenti individuati nell’ art. 14-bis (ovvero aver dolosamente o con colpa grave aumentato o diminuito il passivo, sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’ attivo ovvero dolosamente simulate attività inesistenti). Solo a seguito di tale verifica il giudice fissa l’ udienza di omologazione del piano nel termine di 60 giorni dalla data di deposito della proposta o eventualmente delle integrazioni richieste. Il decreto di fissazione dell’ udienza di omologazione può qualificarsi come provvedimento di ammissione alla procedura, considerando superati i profili di ammissibilità, in quanto, a differenza della proposta di accordo, alcuni rilevanti effetti sono differiti al decreto di omologazione, equiparato al pignoramento.

La comunicazione della proposta del debitore a tutti i creditori è a carico dell’ Occ, così come nell’ accordo e con i medesimi termini. Differentemente da quanto avviene in caso di accordo, non viene specificato il mezzo di comunicazione: sembrerebbe, pertanto, che i mezzi di comunicazione siano quelli usuali (telegramma, raccomandata a.r., fax, Pec). A differenza che nell’ accordo il decreto di ammissione non è pubblicizzato. Un’ ulteriore e importante distinzione tra i due istituti consiste nel fatto che non è prevista la sospensione generalizzata delle azioni esecutive di cui all’ art. 10, comma 2, legge n. 3/2012. Fino al momento in cui il provvedimento di omologazione diviene definitivo, il giudice può disporre la sospensione dei procedimenti di esecuzione forzata (mobiliari, immobiliari e presso terzi) qualora ritenga che dalla prosecuzione possa essere pregiudicata la fattibilità del piano.

Non è specificato come nell’ accordo che la sospensione non opera nei confronti dei titolari di crediti impignorabili. Tale eventuale provvedimento di sospensione da parte del Giudice dovrebbe venire disposto con il decreto che fissa l’ udienza dei creditori. Per quanto attiene all’ omologazione, il decreto deve intendersi equiparato all’ atto di pignoramento (sui singoli beni oggetto del piano) con conseguente applicazione della relativa disciplina in quanto compatibile e produce, innanzitutto, un effetto sulle procedure esecutive individuali. Nella procedura di accordo, invece, l’ equiparazione avviene già con il decreto di ammissione (ex art. 10, comma 2, punto c). L’ art. 12-ter, co. 2, legge n. 3/2012 prevede che il piano omologato sia obbligatorio per tutti i creditori anteriori al momento in cui è stata eseguita la pubblicità del decreto di omologazione, restando peraltro impregiudicati i diritti di tali creditori nei confronti dei coobbligati, fideiussori e obbligati in via di regresso. Inoltre, la normativa prevede: il divieto, per i creditori con causa o titolo anteriore come sopra individuati, di iniziare o proseguire azioni esecutive o cautelari e di acquistare diritti di prelazione (art. 12-ter, co. 1); il blocco delle azioni esecutive da parte dei creditori per causa o titolo posteriore all’ omologa sui beni oggetto del piano (e quindi, dovrebbe ritenersi estesa anche sui beni eventualmente messi a disposizione da terzi, ai sensi dell’ art. 8, comma 2, legge n. 3/2012).

La procedura, pertanto, s’ incentra sull’ omologazione e l’ oggetto proprio di tale giudizio va individuato nell’ accertamento: della fattibilità del piano; della sua idoneità ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili e dei crediti di cui all’ art. 7, comma 1; della meritevolezza del debitore. Con riferimento alla verifica della meritevolezza, la legge ne fissa la ricorrenza quando è escluso che il consumatore: abbia assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere; abbia colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato alle proprie capacità patrimoniali. Lo screening di meritevolezza che il gestore è tenuto a effettuare nella relazione particolareggiata è condotto su due livelli: tenendo in considerazione sia la genesi dell’ obbligazione contratta, sia la fase funzionale del rapporto e quindi le modalità con cui il credito è stato impiegato.

Nell’ ambito della procedura del piano del consumatore, la legge consente espressamente al singolo creditore (e addirittura ad ogni altro interessato) di contestare il piano sotto il profilo della convenienza, stabilendo che l’ omologazione del piano è concessa se il giudice ritenga che il creditore possa essere soddisfatto dall’ esecuzione dello stesso in misura non inferiore a quanto realizzabile in ipotesi dell’ alternativa liquidatoria (di tutti i beni) disciplinata dalla medesima legge n. 3/2012 (art. 12-bis, comma 4). Allo stesso modo del concordato preventivo, anche in presenza di contestazioni da parte di creditori o altri interessati circa la convenienza del piano, il giudice può comunque omologarlo se ritiene che il credito possa essere soddisfatto in misura non inferiore all’ alternativa liquidatoria di cui sopra. È prevista la moratoria fino a un anno dall’ omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca salvo che sia prevista la liquidazione dei beni o diritti sui quali sussiste la causa di prelazione.

Il procedimento di omologazione (che si svolge in camera di consiglio) si conclude con un provvedimento con cui il giudice omologa oppure nega l’ omologazione e contro il quale è possibile proporre reclamo al tribunale in composizione collegiale. Con l’ ordinanza di diniego di omologazione il giudice dichiara anche l’ inefficacia dell’ eventuale provvedimento di sospensione di procedimenti esecutivi in corso. Il decreto di omologazione deve intervenire entro sei mesi dalla presentazione della proposta. Il Giudice deve disporre idonee forme di pubblicità per tale decreto, che deve comunque essere trascritto a cura dell’ Occ quando il piano prevede la cessione o l’ affidamento a terzi di beni immobili o di beni mobili registrati.

Per la fase dell’ esecuzione del piano del consumatore, la disciplina è comune sia per quanto attiene all’ esecuzione dell’ accordo che all’ esecuzione del piano. Un’ unica differenza si potrebbe rinvenire nella parte in cui la legge prevede che il giudice, ricorrendo gravi e giustificati motivi, può sospendere gli atti di esecuzione: tale previsione è espressamente riferita solo all’ accordo e non anche al piano del consumatore. È dubbio, pertanto, se nel silenzio della legge, l’ ipotesi considerata si estenda anche alla sospensione degli atti posti in essere in esecuzione del piano. La liquidazione del patrimonio La procedura di liquidazione del patrimonio (artt. da14-ter a 14 duodecies della legge 3/12) può essere anche attivata, su istanza del debitore o dei creditori, a seguito di cessazione degli effetti dell’ accordo, annullamento e/o risoluzione dell’ accordo, revoca e cessazione degli effetti dell’ omologazione del piano del consumatore ai sensi dell’ art. 14 bis legge n. 3/2012. Requisito oggettivo necessario ai fini dell’ ammissione alla procedura è lo stato di sovraindebitamento.

A differenza del fallimento lo stato passivo e il programma di liquidazione non sono oggetto di approvazione né da parte dei creditori, né da parte del giudice, la cui approvazione, limitatamente allo stato passivo, interviene solo in caso di osservazioni ritenute non superabili dal liquidatore. Non sono esplicitate modalità di chiusura della procedura. In termini di qualificazione giuridica della figura del liquidatore del patrimonio e dell’ esatta individuazione della funzione da questi svolta, parrebbe peraltro dirimente, l’ inquadramento normativo che la legge fa del decreto di apertura della liquidazione che ai sensi dell’ art. 14 – quinquies, comma 3, legge n. 3/2012, viene equiparato all’ atto di pignoramento. Tale scelta del legislatore parrebbe incidere anche rispetto alla definizione del ruolo del liquidatore. In assenza di espressi rinvii all’ art. 42 l.f. e avendo a riferimento le conseguenze dell’ equiparazione all’ atto di pignoramento, parrebbe esorbitante parlare di spossessamento dei beni del debitore e di assunzione da parte del liquidatore degli incombenti conseguenti. Nell’ ottica di un’ interpretazione sistematica della normativa vigente, gli effetti prodotti dal concetto di «amministrazione dei beni», come previsto all’ art. 14 – novies, comma 2, legge n. 3/2012, in considerazione della qualificazione giuridica del decreto di apertura della procedura di liquidazione del patrimonio, dovrebbero probabilmente consentire di non ricondurre la fattispecie nell’ ambito dell’ art. 42 l.f..

Il liquidatore, pertanto, non è un rappresentante legale generale, né esercita un’ attività corrispondente all’ esercizio della proprietà o di altro diritto reale sui beni facenti parte del patrimonio da liquidare, di cui, pertanto, non può essere considerato possessore, ma al limite mero detentore. In particolare non può essergli attribuita la titolarità di obblighi derivanti dalla normativa fiscale, che in quanto legislazione speciale, difficilmente può peraltro trovare riscontro in un’ applicazione analogica.

 

La liquidazione del patrimonio del debitore può essere essenzialmente ripartita nelle seguenti fasi: apertura della procedura; accertamento del passivo; liquidazione dell’ attivo.

 

Apertura della procedura – La procedura di liquidazione del patrimonio si apre con il deposito, presso il tribunale competente (art. 28 cpc), da parte del debitore sovraindebitato, di un’ istanza in cui chiede la liquidazione di tutti i suoi beni, o come detto mediante un’ istanza di conversione delle procedure di accordo o piano del consumatore. All’ istanza occorre allegare la documentazione di cui all’ art. 9, commi 2 e 3, legge n.3/2012 (elenco: dei creditori e delle somme dovute, dei beni del debitore, degli atti dispositivi compiuti negli ultimi cinque anni e delle spese correnti necessarie al sostentamento del debitore e della di lui famiglia; stato di famiglia del debitore; dichiarazioni dei redditi degli ultimi tre anni; qualora il debitore svolga attività d’ impresa, copia conforme delle scritture contabili degli ultimi tre esercizi), oltre che una relazione particolareggiata dell’ Occ, che contenga necessariamente: Indicazione delle cause dell’ indebitamento e della diligenza impiegata dal debitore nell’ assumere le obbligazioni Esposizione delle ragioni dell’ incapacità del debitore persona fisica di adempiere le proprie obbligazioniResoconto sulla solvibilità del debitore persona fisica negli ultimi cinque anniIndicazione dell’ eventuale esistenza di atti del debitore impugnati dai creditoriGiudizio sulla completezza e attendibilità della documentazione depositata a corredo della domanda

 

Con il deposito della domanda di ammissione alla procedura di liquidazione del patrimonio, è sospeso il decorso degli interessi convenzionali o legali, fino alla chiusura della procedura, a meno che i crediti non siano garantiti da ipoteca, pegno o privilegi. In presenza di tutti i presupposti fissati dalla legge, il giudice emette un decreto di apertura della liquidazione con il quale nomina un liquidatore (anche lo stesso Occ), se non già nominato su proposta dell’ Occ e dispone che sino al momento della chiusura della procedura (seppur in presenza di un dato letterale normativo che fa riferimento alla definitiva omologazione), a pena di nullità, non possano essere iniziate o proseguite azioni cautelari o esecutive né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio oggetto di liquidazione, da parte dei creditori aventi titolo o causa anteriore. È prevista l’ inammissibilità della domanda, se la documentazione prodotta non consenta la puntuale ricostruzione della situazione economica e patrimoniale del debitore. Gli asset esclusi dalla liquidazione I crediti impignorabili ex art. 545 cpcI crediti aventi natura alimentare e di mantenimento, stipendi, salari, pensioni e ciò che il debitore guadagna con la propria attività, nei limiti, definiti dal giudice, di quanto occorra al mantenimento suo e della sua famigliaI frutti derivanti dall’ usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale e i loro frutti, salvo quanto disposto dall’ art. 170 c.c.Le cose impignorabili per disposizione di legge Il decreto di apertura della procedura di liquidazione deve intendersi equiparato all’ atto di pignoramento.

 

Accertamento del passivo – Il liquidatore verifica l’ elenco dei creditori e l’ attendibilità della documentazione allegata, formando l’ inventario dei beni da liquidare. Egli comunica, quindi, a tutti i creditori le modalità di presentazione della domanda di partecipazione alla liquidazione, in particolare: la possibilità di trasmissione della stessa a mezzo Pec, o con altro mezzo di cui vi sia prova dell’ avvenuta ricezione; la data entro cui depositare la domanda di partecipazione; la data entro cui verrà trasmesso lo stato passivo. La domanda che può essere di partecipazione alla liquidazione, ma anche di restituzione o rivendicazione di beni mobili o immobili, deve essere proposta con ricorso, con l’ indicazione: delle generalità del creditore; della determinazione della somma che si intende far valere nella liquidazione o la descrizione del bene che si rivendica o di cui si chiede la restituzione; della sintetica esposizione degli elementi di fatto e di diritto posti a base della domanda; dell’ indicazione dell’ eventuale titolo di prelazione di cui si chiede il riconoscimento; dell’ indicazione dell’ indirizzo p.e.c. o del numero di fax o l’ elezione di domicilio presso un comune del circondario presso cui ha sede il Tribunale; in assenza di quest’ ultima indicazione, tutte le successive comunicazioni verranno effettuate mediante deposito presso la cancelleria del Tribunale.

 

Al ricorso va allegata la documentazione comprovante le richieste di cui si chiede il riconoscimento. Una volta pervenute le domande di partecipazione alla liquidazione presentate dai creditori, il liquidatore predispone un progetto di stato passivo, che comprende un elenco dei titolari dei diritti sui beni mobili e immobili in proprietà o in possesso del debitore, comunicandolo agli interessati e assegnando loro un termine di 15 giorni per le osservazioni. In presenza di osservazioni, se ritenute fondate, il liquidatore, scaduto il termine per la loro proposizione, predispone un nuovo progetto di stato passivo, da trasmettere nuovamente ai creditori e fissando un nuovo e ulteriore termine di 15 giorni per le ulteriori repliche. Qualora le contestazioni non risultino componibili, il liquidatore rimette gli atti al Giudice, che provvede alla definitiva formazione dello stato passivo. Il provvedimento del Giudice è impugnabile con reclamo e lo stesso non potrà far parte del Collegio giudicante. In caso di assenza di osservazioni, il liquidatore approva lo stato passivo dandone comunicazione agli interessati. I creditori, con causa o titolo posteriore al momento dell’ esecuzione della pubblicità disposta dal Giudice con il decreto di apertura della procedura di liquidazione, non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto di liquidazione. Si dibatte sulla sorte dei procedimenti civili ordinari in corso all’ atto della formazione dello stato passivo, anche se appare plausibile ritenere che la cristallizzazione dello stato passivo non operi diversamente da quella che si verifica in sede fallimentare, rendendo inopponibili gli accertamenti verificatisi al di fuori della procedura di liquidazione.

 

Liquidazione dell’ attivo – Il liquidatore, entro 30 giorni dalla formazione dell’ inventario, elabora un programma di liquidazione che garantisca la ragionevole durata del procedimento. Il programma di liquidazione viene comunicato ai creditori e al debitore e depositato presso la cancelleria del tribunale; la legge non ne prevede l’ approvazione. Il liquidatore amministra il patrimonio da liquidare, ed esercita ogni azione prevista dalla legge che consenta di conseguire la disponibilità dei beni e di recuperare i crediti compresi nel patrimonio del debitore. Il liquidatore può subentrare nelle procedure esecutive pendenti. Qualora nel patrimonio da liquidare siano compresi crediti, dei quali non è probabile l’ incasso nei quattro anni successivi al deposito della domanda, gli stessi saranno oggetto di cessione.

 

Tutti i beni facenti parte del patrimonio da liquidare, salvo quelli di modesto valore, sono oggetto di stima da parte di operatori esperti. Effettuate le operazioni di vendita (autorizzate), il giudice sentito il liquidatore e verificata la conformità degli atti dispositivi al programma di liquidazione, autorizza con decreto: lo svincolo delle somme; ordina la cancellazione della trascrizione del pignoramento e delle iscrizioni relative ai diritti di prelazione, nonché di ogni altro vincolo, ivi compresa la trascrizione del decreto di apertura della liquidazione e dichiara la cessazione di ogni altra forma di pubblicità disposta. I crediti sorti in occasione o in funzione della liquidazione sono soddisfatti con preferenza rispetto agli altri, fatta eccezione per il ricavato dalla liquidazione dei beni oggetto di pegno o ipoteca, per la parte destinata ai creditori garantiti. I beni e i crediti sopravvenuti nei quattro anni successivi al deposito della domanda costituiscono oggetto della procedura di liquidazione, dedotte le spese sostenute dal debitore per l’ acquisto e la conservazione dei beni e dei crediti medesimi fino al momento dell’ apprensione all’ attivo da liquidare. È onere del debitore integrare l’ inventario dei beni da liquidare. La procedura rimane aperta sino alla completa esecuzione del programma di liquidazione e, in ogni caso (e in deroga all’ art. 2, legge 24 marzo 2001, n. 89), per i quattro anni successivi al deposito della domanda. In fase di chiusura occorre presentare un rendiconto da trasmettere ai creditori e in caso di osservazioni non conciliabili, il ricorso all’ approvazione del giudice.

 

  1. L’ esdebitazione

 

L’ art. 14-terdecies della legge n. 3/2012 prevede l’ ammissione al beneficio della liberazione dei debiti residui nei confronti dei creditori concorsuali e non soddisfatti. Il beneficio dell’ esdebitazione è previsto: per il debitore persona fisica (art. 14-terdecies, comma 1, della legge n. 3/2012); dopo la chiusura della procedura di liquidazione del patrimonio (art. 14-terdecies, comma 4, della legge n. 3/2012). In caso di accordo del debitore o di piano del consumatore, l’ effetto esdebitatorio è automatico, ad eccezione delle procedure in cui la proposta omologata preveda soltanto una moratoria o una dilazione. Il giudice concede il beneficio dell’ esdebitazione, al debitore persona fisica, previa istanza da depositarsi entro l’ anno successivo alla chiusura della liquidazione, in presenza di precise condizioni sostanzialmente legate alla meritevolezza dei comportamenti posti in essere.

 

Tali condizioni di meritevolezza ricorrono quando il debitore: abbia cooperato al regolare ed efficace svolgimento della procedura, fornendo tutte le informazioni e la documentazione utili, nonché adoperandosi per il proficuo svolgimento delle operazioni; non abbia in alcun modo ritardato o contribuito a ritardare lo svolgimento della procedura; non abbia beneficiato di altra esdebitazione negli otto anni precedenti la domanda; non sia stato condannato, con sentenza passata in giudicato, per uno degli specifici reati previsti dall’ art. 16 della legge n. 3/2012; abbia svolto, nei quattro anni di durata della liquidazione, un’ attività produttiva di reddito adeguata rispetto alle proprie competenze e alla situazione di mercato o, in ogni caso, abbia cercato un’ occupazione e non abbia rifiutato, senza giustificato motivo, proposte di impiego; siano stati soddisfatti, almeno in parte, i creditori per titolo e causa anteriore al decreto di apertura della liquidazione.

 

Per converso, l’esdebitazione del debitore è esclusa: quando il sovraindebitamento del debitore è imputabile a un ricorso al credito colposo e sproporzionato rispetto alle sue capacità patrimoniali e reddituali; quando il debitore, nei cinque anni precedenti l’ apertura della liquidazione o nel corso della stessa, ha posto in essere atti in frode ai creditori, pagamenti o altri atti dispositivi del proprio patrimonio, ovvero simulazioni di titoli di prelazione, allo scopo di favorire alcuni creditori a danno di altri. Il legislatore ha previsto anche ipotesi in cui l’ esdebitazione non opera. Si tratta, più specificatamente, dei debiti: derivanti da obblighi di mantenimento e alimentari; da risarcimento dei danni derivanti da fatto illecito extracontrattuale, nonché per le sanzioni penali ed amministrative di carattere pecuniario che non siano accessorie a debiti estinti; fiscali che, pur avendo causa anteriore al decreto di apertura delle procedure di accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento e di piano del debitore, sono stati successivamente accertati in ragione della sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi.

 

I creditori non soddisfatti integralmente possono proporre reclamo ai sensi dell’ art. 739 cpc di fronte al tribunale e del collegio non può fare parte il giudice che ha emesso il decreto. Il provvedimento di esdebitazione è revocabile in ogni momento, su istanza dei creditori, anche se soddisfatti integralmente, se risulta: che esso è stato concesso avendo il debitore, nei cinque anni precedenti l’ apertura della liquidazione o nel corso della stessa, posto in essere atti in frode ai creditori, pagamenti od altri atti dispositivi del proprio patrimonio, ovvero simulazioni di titoli di prelazione, allo scopo di favorire alcuni creditori a danno di altri; che è stato dolosamente o con colpa grave aumentato o diminuito il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’ attivo ovvero simulate attività inesistenti.

 

  1. I profili fiscali

 

La legge n. 3/2012, così come successivamente modificata, non prevede disposizioni di carattere tributario, se non quelle che verranno commentate nel prosieguo. In mancanza di una disciplina tributaria del sovraindebitamento, sia sotto un profilo formale o procedimentale, che sotto il profilo sostanziale, in attesa di chiarimenti da parte dell’ Agenzia delle entrate, non si può che prendere atto che il debitore sovraindebitato, sia esso un consumatore, un imprenditore, un professionista, una società o un ente non commerciale, continua a essere soggetto agli obblighi e alle obbligazioni tributarie comuni a tutti i contribuenti. Del pari, il liquidatore del patrimonio, il liquidatore dell’ accordo omologato o del piano del consumatore omologato, il gestore per la liquidazione, il professionista facente funzioni di Occ o il gestore della crisi non sono soggetti a specifici obblighi di natura tributaria, tranne quelli di seguito indicati.

 

Venendo all’ analisi delle norme di carattere tributario, l’ art. 9, comma 1, terzo periodo, stabilisce che la proposta di accordo o la proposta di piano, oltre ad essere depositata in Tribunale, va presentata, entro i tre giorni successivi, all’ agente della riscossione e agli uffici tributari, anche degli enti locali, con adempimento posto a carico dell’ Occ o comunque del gestore della crisi. La proposta deve contenere un apposito capitolo volto alla ricostruzione della posizione fiscale del debitore, con espressa indicazione degli eventuali contenziosi tributari pendenti. La proposta, poi, non può prevedere la riduzione dei debiti verso lo stato per Iva e tributi alla fonte, né di quelli costituenti risorse proprie dell’ Ue, essendo ammissibile soltanto la dilazione.

 

La legge nulla prescrive circa gli adempimenti a carico dell’ agente della riscossione o degli uffici tributari, in conseguenza dell’ avvenuta presentazione della proposta, a differenza di quanto dispone, per le imprese fallibili, l’ art. 182-ter l.f. in tema di transazione fiscale. Tale lacuna è stata, tuttavia, colmata in via interpretativa dall’ Agenzia delle entrate, che, in occasione della circ. n. 19/E del 6 maggio 2015, ha chiarito che l’ Ufficio tributario competente in relazione all’ ultimo domicilio fiscale del sovraindebitato è tenuto, nel più breve tempo possibile, alla liquidazione dei tributi risultanti dalle dichiarazioni, alla notifica degli avvisi di irregolarità e degli avvisi di accertamento, nonché a predisporre e a trasmettere al debitore una certificazione attestante il complessivo debito tributario, avendo cura di distinguere il debito per Iva e per ritenute alla fonte, solo oggetto di dilazione e non di stralcio.

 

Tale certificazione concerne i debiti che, alla data di presentazione della proposta, non sono stati iscritti a ruolo o comunque non sono stati ancora affidati all’ Agente della riscossione. Infatti, per i debiti in carico all’ agente della riscossione provvede quest’ultimo a trasmettere al contribuente sovraindebitato una certificazione attestante l’ entità del debito iscritto a ruolo e del debito derivante dagli avvisi di accertamento esecutivi, la cui riscossione è stata affidata all’ Agente medesimo, indicando i tributi, gli interessi e le sanzioni, nonché gli interessi di mora.

 

Circa il soggetto competente ad esprimere il consenso o il dissenso alla proposta di accordo, è stato chiarito che: per i tributi non iscritti a ruolo ovvero non ancora consegnati all’ agente della riscossione alla data di presentazione della proposta spetta al direttore dell’ ufficio con proprio atto esprimere l’ assenso o il dissenso, mentre: per i tributi iscritti a ruolo o accertati ai sensi dell’ art. 29, c.1, del d. legge. n. 78/2010 spetta all’ agente della riscossione, ma su indicazione dell’ ufficio competente. Nella liquidazione del patrimonio l’ art. 14-ter, comma 4, stabilisce che l’ Occ o il gestore della crisi entro tre giorni dalla richiesta di relazione ne dà notizia all’ agente della riscossione e agli uffici tributari, competenti sulla base dell’ ultimo domicilio fiscale dell’ istante.

 

Assai incerto è il dies a quo, individuato dalla norma nella «richiesta di relazione». Sotto il profilo letterale, sembrerebbe che si trattasse della relazione particolareggiata che l’ Occ o il gestore della crisi deve redigere prima di depositare in tribunale la domanda di liquidazione della quale la relazione costituisce un allegato. Nel silenzio della normativa circa gli adempimenti degli uffici tributari conseguenti alla comunicazione della «notizia» che verrà presentata una domanda di liquidazione del patrimonio da parte del sovraindebitato, è da ritenere che, comunque, gli uffici vengano successivamente raggiunti dalla comunicazione del liquidatore del patrimonio relativa all’ accertamento del passivo, in base alla quale procederanno alla presentazione della domanda di partecipazione alla liquidazione.

 

Effetti fiscali sul debitore – Con riguardo alla posizione fiscale del debitore, due sembrerebbero gli aspetti principali da analizzare, vale a dire l’ eventuale rilevanza reddituale: della riduzione dei debiti; delle cessioni dei beni funzionali alla soddisfazione dei creditori. Tali problematiche vanno affrontate distinguendo l’ ipotesi in cui il debitore sovraindebitato sia un imprenditore commerciale (come tale soggetto all’ applicazione del regime dei redditi di impresa) dalle quella del consumatore.

 

Debitore titolare del reddito d’ impresa – In mancanza di espressa previsione normativa, non è mancato chi ritenga che sia applicabile, come avviene nei concordati fallimentari preventivi nonché negli accordi di ristrutturazione dei debiti ai sensi dell’ art. 182 – bis l.f.., l’ art. 88, comma 4, del Tuir (d.p.r. n. 917/86). Tale disposizione specifica che la riduzione dei debiti dell’ impresa non rappresenta sopravvenienza attiva e quindi non è tassabile. Del pari, sembra applicabile l’ art. 86, c. 5 del Tuir, che prevede come in caso di cessione dei beni ai creditori in sede di concordato preventivo non vi sia realizzo di plusvalenze e minusvalenze dei beni.

 

Debitore-consumatore – In proposito, un’ eventuale riduzione dei debiti conseguente all’ attuazione del procedimento di composizione della crisi potrebbe essere priva di rilevanza reddituale non essendo riconducibile ad alcuna delle ipotesi testualmente disciplinate dal Tuir con riferimento alle singole categorie reddituali. Al contrario, parrebbero mantenere una rilevanza reddituale le operazioni di vendita di beni funzionali a sostenere il programma di composizione della crisi da sovraindebitamento.

 

La crisi da sovraindebitamento

BRUNO PAGAMICI

“Italia Oggi Sette” del 05-10-2015